Sottoscrivo

La classe dirigente del PD è formata in buona parte, direi in maggiornaza con qualche eccezione, da affaristi, persone ciniche culturalmente insignificanti senza principi senza scrupoli e senza nessuna proposta politica che non sia la loro sopravvivenza. La maggior parte di loro non si distinguono per il modo in cui affrontano le questioni da quelli del centro destra, se non per il fatto che la destra in questo momento produce persone pure più capaci nel loro genere rapace.

Da una riflessione di Sabina Guzzanti sul PD.

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Cavalcare l’onda, senza coraggio

Il coraggio di investire sulla nuova generazione politica che si affaccia all’interno del PD e che viene dalla base, cioè da tutti quei giovani e meno giovani che hanno aderito con entusiasmo alla creazione di questo nuovo partito e che vorrebbero contribuire attivamente alla sua costruzione. Non certamente guardare mentre altri lo fanno per loro, se poi quegli altri sono i vecchi, logori e già più volte fallimentari, oligarchi. Adesso la Serracchiani è stata candidata alle europee, ma il punto cruciale, forse, è chi non sarà candidato. Riprendo un passaggio della riflessione di Luca Sofri sul suo blog:

È bizzarro che su tutti i nomi meno difendibili il segretario vada dicendo che bisogna aspettare la Direzione Nazionale del 21, mentre Serracchiani guarda un po’ è cosa decisa già oggi. Circolano al momento i nomi dell’ex sindaco Cofferati, dell’ex sindaco Domenici, dell’ex sindaco Costa, dell’ex sindaco Bianco, di Sergio D’Antoni (già col centrodestra) di Silvia Costa, di Goffredo Bettini.

Ecco dove manca il coraggio. Debora Serracchiani ha ottenuto visibilità e consensi, e assegnarle un ruolo, per quanto non fosse scontato, è un’operazione assolutamente strategica per molti ovvi motivi. Diversamente non si intende decidere di avviare un vero rinnovamento già da ora, con il tipico atteggiamento di chi vuole tenere il piede in due scarpe. Invito a leggere la riflessione di Luca per intero, perché la condivido in pieno.

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Finalmente

Walter ha finalmente fatto l’unica cosa giusta da quando è alla guida del PD. Si è dimesso! Pur conscio che questo non cambierà in meglio le sorti di questo partito nato morto, mi sento sollevato. Ora gli oligarchi post comunisti ci dimostreranno se il PD vuole fondarsi su principi condivisi o si è retto finora solamente sul marketing (pure fallimentare, peraltro). A Ottobre ci sarà il congresso e se per allora non avranno deciso di esprimere nuovamente il leader attraverso le tanto decantate primarie (inserite nello statuto!), si saranno rivelati per quello che sono. Confesso che preferirei mi smentissero, evitando di eleggersi tra di loro in consultazione tra dirigenti, ma non ci conto.

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Direttismo sulla carta

Dalla direzione nazionale del PD, scosso negli ultimi giorni da una turbinante sequela di arresti, mi sarei aspettato una salutare assunzione di responsabilità della dirigenza e un qualche tipo di slancio ideale che ridesse forza alle istanze fondative del partito stesso. Invece sono arrivate le solite parole annacquate, la proverbiale minestra riscaldata, con cui una classe politica irrimediabilmente vecchia e logora, ha tentato abbastanza goffamente di fare spallucce al presente. Ma il dato peggiore, almeno per me, riguarda la questione aperta della democrazia diretta. Pare che ormai l’anima direttista del PD, sfociata nell’utilizzo dello strumento delle primarie, abbia perso lo slancio. Il direttismo sembra destinato a rimanere solo sulla carta e i meccanismi del partito resteranno quelli vecchi e ammuffiti della politica trapassata. E’ vero che c’è qualcuno che preme dall’interno perché questo non avvenga e le iniziative di Mario Adinolfi, di Luca Sofri, e di quanti con loro hanno proposto una mozione in questo senso sono da lodare. Ma la mozione è stata bocciata. E questo è un fatto.

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